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Quel che rappresentiamo.

 


 Tutto giusto!
Ciascuno cerca di rappresentarsi come meglio può, evidenziando i propri pregi, le proprie utilità e nascondendo il resto, il lato oscuro, le sgradevolezze, le brutture e le miserie.
Tutto giusto! (?)
Poi si ha a che fare col rutilante mondo social. Prendi un like e sei contento, ne prendi cento, wow!, Ne prendi mille, cinquemila, ventimila, super wow…

Però, mi viene da pensare:
Il paese dove vivo ha 15.000 abitanti. Un piccolo paesino d’una provincia che ne ha 420.000 di abitanti, in una regione (la Toscana) che, sempre di abitanti, ne ha 3.7000.000, in una nazione che ne ha 59.000.000.

Uff! La relatività dei numeri dei social è imbarazzante.
Mettiamo che prendo un megafono e vado in piazza e mi metto a urlare quello che le persone vogliono sentirsi dire, che so?: “Basta tasse”, “Più soldi per tutti”, “Benzina meno cara”.
In un attimo, prima che arrivi la neuro, avrei tutti quelli a portata di megafono (centro storico… almeno 5/7000 persone) dalla mia.
Super wow! Quanti like! 


Ma sarebbe realmente così?
Certo che no, perché ci sarebbe quello che mi vede per quello che sono e mi direbbe di tornare al bar, perché ci sarebbe quello che mi conosce bene e sa che sono un truffatore e delinquente, perché ci sono quelli della neuro che sanno bene a che ora devo prendere le medicine e quindi, dopo pochissimo, sarei “un deficiente col megafono in piazza”. Punto.
Nessuno lo saprebbe mai nella città capoluogo, men che meno in regione, figuriamoci in Italia.

Sui social non funziona così.
Appari, ci rimani e, a rotazione, racimoli gonzi. Poi ci pensano gli algoritmi a raggruppare altri come te e ti ritrovi ad avere un seguito, a esser movimento per arrivare poi in alto, tanto più in alto che dal tuo paesino mai avresti potuto sperare d’arrivare. Se sei furbo e scaltro il mezzo impari ad usarlo e la situazione diventa “bestiale”.
Rimane il punto, però, che rappresentiamo una proiezione di noi stessi, non la realtà.

Tutto ovvio.

Sennonché, questo insieme di rappresentazioni crea “altro”, ovvero un mondo grottesco con il quale ci abituiamo a interagire, a comportarci di conseguenza che, sommato a sua volta con quella variabile percentuale insana che ciascuno di noi porta dentro, diventa un interessante zoo antropologico.
Qui intervengono le rassicuranti categorie:
“Aaahhhh! Qui si parla solo di dromedari vibranti in lattice!”, “Naaaa niente politica! Qui si parla di computer sfarmici a induzione posfrica”… e aumentano le sezioni e le gabbie dello zoo.

Quelle che chiamiamo “comunità”, mi pare, siano in verità trappole che tutto decontestualizzano e che ci offrono solo la rassicurante visione di ciò che vogliamo vedere e far vedere di noi stessi. Quel che è peggio è che facciamo "educazione e formazione" di questo, convincimento rafforzativo, quando non proprio un pensiero manipolatorio.

Senza confronto, in una negazione costante della complessità e della diversità.


Poi, con un colpo d’ala, cerchiamo di parlare di pensiero laterale, di creatività e di crescita intellettuale…

Ah! A proposito qual è l’hastag giusto?

Così, a occhio, tutto questo non mi par sano…
Voi che ne dite?

Valerio Perla

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